URBAN EYES | GIORGIO BARTOCCI, DAFF, EFY,LUCA FONT E NEO - D.d'Arte

Vai ai contenuti

URBAN EYES | GIORGIO BARTOCCI, DAFF, EFY,LUCA FONT E NEO

CHI SIAMO > EVENTI > 2016 > URBAN EYES
_________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
URBAN EYES
 
a cura di Francesca Barbi Marinetti

Urban Eyes, occhi urbani, suona anche come “urbanize”, urbanizzare.
Sono in mostra le opere di Giorgio Bartocci, DAFF, EFY, Luca Font e NEO: cinque nomi noti nell’urban art, soprattutto milanese, con in comune lo spray e la forte identità di un percorso condiviso e allo stesso tempo individuale. I lavori indoor qui allestiti rappresentano la loro ricerca e per chi li osserva la matrice di un immaginario urbano esplosivo per colori e forme.
Il movimento Urban, figlio del graffitismo, della street-art e dell’hip-hop, è stato lungamente recalcitrante dall’essere inquadrato nel mercato dell’arte. Se vi è una comune caratteristica per gli artisti dell’uso-e-abuso della bomboletta è l’anima selvatica e libera. Il muro o il treno consacrano il gestocreativo alla bellezza dell’effimero, dell’attimo fuggente, oltre che al fascino del proibito. Ma vi è un punto per ogni movimento d’arte, anche quello più indomito, in cui nasce l’esigenza di darsi riconoscimento e peso. È così che la cultura underground e urban ha reso meno aspra la distanza con i luoghi deputati all’arte concordando momenti d’incontro, sia in contesti urbani a loro affidati che in mostra.
La scintilla urban scocca negli USA, è risaputo. In particolar modo sono gli anni settanta e ottanta newyorkesi ad esserne volano esponenziale e globale. Ma nonostante l’assoluto riconoscimento e la sensibilità degli artisti tutt’oggi sintonizzata con l’estetica d’oltreoceano, c’è un imprimatur d’appartenenza culturale, connaturato ad uno degli aspetti indiscutibili della street e urban art, ovvero l’essere site-specific, radicato al luogo in cui si realizza.
L’interrogativo hic et nunc, al ritmo del talking di Papaceccio MC e della breakdance della UDA urban dance academy, è se un luogo d’urbanità e storia millenaria come l’Italia non comporti una propria forza identitaria. La spontaneità di quest’arte di frontiera che predilige le aree a margine dei contesti urbani trascurati o abbandonati - muri spogli, capannoni svuotati d’ogni attività, quartieri senz’anima, luoghi di annichilente grigiore metropolitano - agisce come stupore poetico, trasmutazione di comunicazione che prescinde dagli stili. La compresenza qui in mostra di artisti differenti pur legati tra loro da momenti di storia comune, va a sottolineare quanto lo spirito dell’azione creativa sia in diezione di un’opera collettiva che comprenda e conservi molteplici segni e significati.
A contrastare l’horror vacui della Città è una galleria en plein air fruibile da chiunque. Il gesto artistico azzera l’industria dell’arte fatta di filtri, mode e intermediari, entrando direttamente in contatto con chi l’osserva. Lo spazio pubblico di per sé è collettivo. L’alchimia del colore e delle forme lo trasforma in qualcosa di sorprendente, vertiginoso o ironico, squillante o visionario, surreale o identitario, con una sfida alla superficie, alle dimensioni e al contesto in cui viene prodotta.
Le opere su tela, carta o tavola conservano l’urban come matrice di ispirazione a favore di un percorso di una più personale presa di coscienza artistica attraverso la sperimentazione e rivisitazione di tecniche tradizionali. Il confronto diretto con il pubblico, la poetica urban, accoglie un’altra dimensione di sfida che è su piccole dimensioni. Ma ciò permette di far emergere le personalità artistiche in un confronto contestuale.

Torna ai contenuti